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Ci sono scatole che vanno preparate, e scale che alla fine devi scendere o devi salire.
In questi giorni preparo le scatole per la prima casa che sarà solo mia, mia e della persona che la dividerà con me, anzi delle persone, perchè non sarà solo una, ma tante ognuna con un suo ruolo e una sua luce, ognuna con una ragione importante per esserci. Sono scatole piene di carte, foto, libri, immagini e profumi. Scatole che avrei voluto e forse dovuto preparare anni fa, quando è giusta l’età per i grandi salti e quando l’immagine del futuro che ti si apr davanti è così immensa da farti vacillare quasi e da farti abbandonare tutto, ad occhi chiusi.
Ora, ogni scatola che riempirò sarà come svuotare d’acqua una stanza: lentamente tutto resterà scoperto, ogni cosa riafforerà e ogni ricordo sarà di nuovo vivo. Ma è così che deve essere e così sarà, senza paure e senza dubbi, con la sola certezza che chi vuol la libertà deve sapersela prendere, con tutta la fatica e l’incertezza che questo comporta.
Poi, sistemate anche le matite e i colori, riordinati i diari e i quaderni scarabocchiati, le scale le scenderò con un dolce peso, sapendo che ad ogni gradino una strada nuova si apre, fatta di cene e colazioni tranquille, fatta di spese da fare e stanze da pulire, fatta di piantine da annaffiare e animali dolci da ccudire. Fatta di sapori e odori che sapranno solo di qualcosa di mio.

E la sera quando tornerò, vedrò da lontano la luce delle camere, mi avvicinerò e riconoscerò le tende, i colori, le ombre e per la prima volta non sarà come spiare una casa non mia, come invidiare una vita non mia. Per la prima volta la luce calda che vedrò, che sa già di famiglia e di buono, sarà quella di casa mia.

Si dice che quando un bambino o una bambina chiede il perché di qualsiasi cosa, gli si deve dare sempre una risposta, anche se la domanda è la più assurda possibile. A volte, però, è proprio difficile trovare la risposta giusta, cioè rispondere correttamente alla domanda in termini che loro possano capire. 

L’altro giorno ero con le mie nipoti, Vera ed Elena, di 6 e 4 anni, stavamo preparando il pranzo. Vera aveva proposto di fare “la sagna” e tutte e tre eravamo d’accordo. Io ero la chef e loro le mie aiutanti. Eravamo proprio impegnate e parlavamo tranquillamente ma senza fare pause. La conversazione aveva la solita dinamica, cioè loro chiedono, soprattutto Vera, e io rispondo. Dunque, avevamo lavorato come una squadra e ad un certo punto, quando avevamo quasi finito, io ho detto: “Ragazze, la lasagna è quasi pronta, tra pochi minuti la potremo mangiare” al che Vera mi ha chiesto:
-Zia, perché dici lala?
-Come lala? – ho chiesto io.
-Sì, hai detto, lala sagna è quasi pronta.
-Bene,- ho cercato di spiegarle – oggi cosa mangiamo?
-Sagna- mi ha detto lei.
-No, senti, si chiama lasagna.
-Sì, la sagna- ha affermato. 

Visto che non mi aveva capito, ho provato a cercare una parola femminile più comune, la cui prima sillaba fosse anche “la” e mi è venuta in mente lacrima, volevo fare il paragone con lasagna perché ero sicura che la lacrima sarebbe stato capito.
-Bene- ho detto – allora, ascoltatemi, quando piangiamo, cosa esce dagli occhi?

Ed Elena, che era stata piuttosto zitta fino a questo momento, con un’espressione felicissima, quella che si ha quando si trova la risposta giusta ad un enigma complesso, ha risposto subito e ad alta voce:
-Cipolle!!!! – mi ha rotto tutti gli schemi.
-Aaaaahhhh. Noooo!! Cipolleeee??? 

Tutte e tre siamo scoppiate in un’enorme risata. Stavamo per morire dal ridere. Poi, ovviamente la discussione si è spostata su un altro argomento.

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Se dice que cuando un niño o una niña pregunta el porqué de cualquier cosa, se les debe dar siempre una respuesta, incluso si la pregunta es la más absurda posible. Sin embargo, a veces, es realmente difícil encontrar la respuesta adecuada, es decir, responder correctamente a la pregunta en términos que ellos puedan entender.

 El otro día estaba con mis sobrinas, Vera y Elena, de 6 y 4 años, estábamos preparando la comida. Vera había propuesto hacer “la saña” y las tres estábamos de acuerdo. Yo era la chef y ellas mis ayudantes. Estábamos muy ocupadas y hablábamos tranquilamente pero sin parar. La conversación se desenvolvía según la dinámica habitual, es decir, ellas preguntan, sobre todo Vera, y yo respondo. En fin, estábamos trabajado como un verdadero equipo y en un momento determinado, cuando ya casi habíamos terminado, yo dije: “Chicas, la lasaña está casi lista, en pocos minutos podremos comérnosla”. A lo cual Vera me preguntó:
– Tita, ¿por qué dices lala?
– ¿Cómo que lala?- le pregunté yo.
– Sí, has dicho, lala saña está casi lista.
– Bien- intenté explicarle- ¿hoy que comemos?
– Saña- me dijo ella.
– No, mira, se llama lasaña.
– Sí, la saña- afirmó. 

Viendo que no me había comprendido, intenté buscar una palabra femenina más común, cuya primera sílaba fuera también “la” y me vino en mente lágrima, quería hacer la comparación con lasaña, porque estaba segura de que con la lágrima lo comprenderían.
-Bien- dije- a ver, escuchadme, cuando lloramos ¿qué sale de los ojos?

Y Elena, que hasta ahora había estado bastante callada, con una expresión felicísima, la que se tiene cuando se encuentra la respuesta correcta a un enigma complejo, contestó inmediatamente y en voz alta:
– ¡¡Cebollas!! – me rompió todos los esquemas.
– ¡¡Aaaahhhhhh. Noooooo!! ¿¿Cebollaaaas?? 

Las tres explotamos en una enorme carcajada. Nos íbamos a morir de la risa. Después, obviamente la discusión se desvió hacia otro tema.

Elena, la niña que llora cebollas

Schiavitù Moderna

É bella questa foto di Paola, mi trasmette una sensazione speciale, un sentimento profondo, mi dice tante cose… mi parla di solitudine, di nostalgia, di vite piane, di automi che ripetono sempre gli stessi movimenti e mancano di valori nobili. C’è un’atmosfera strana e una certa drammaticità nella scena che emanano di quella luce obliqua, di quella texture granulata, della quasi totale assenza di colore, del colore del caffè e la macchia che c’è sul bordo della tazza. A proposito, questa piccola macchia colorata è meravigliosa, sembra essere la connessione tra l’ordine e il disordine, tra il pensiero e l’assenza di pensiero… è la piccola goccia di ottimismo e allegria che cerco in ogni situazione, in ogni scena della vita.

Ultimamente mi capita spesso di trovare della gente arrabbiata per la strada, gente che urla, che parla da sola oppure parla con tutti quelli che passano al suo fianco. Non mi piacciono questi individui perché litigano e si lamentano ad alta voce delle cose più banali. Io noto forti interferenze tra i miei neuroni quando trovo uno di questi e mi viene voglia di fermarmi davanti a lui (di solito sono uomini) e gridare: “Taci, chiudi il becco stronzo. Smettila. Smetti di disturbarmi, se non ti piace questo mondo vattene su Marte!!!” Su Marte oppure a Fernando Poo, come diceva mia nonna. Lo farei volentieri e lo so che lo potrei fare, non è ancora successo perché l’ordine che alla fine passa attraverso i miei neuroni è SCAPPA, SCAPPA invece di FALLO TACERE, ma chissà, forse qualche giorno non mi potrò trattenere. Oggi è stato un vecchio grasso, non ho niente contro i vecchi né contro i grassi, ma questo era vecchio è grasso, 70 anni, 1,70 m di altezza e 170 chili, direi. Camminavamo lungo la strada più commerciale della città. Io avevo lasciato la macchina in un parcheggio vicino e mi dirigevo al centro di lingue. Adesso siamo in periodo di saldi, quindi la strada era molto affollata. Faceva un caldo terribile. I passanti sfilavano disordinatamente, alcuni più veloci scivolavano tra la massa più pesante. Io stavo cercando proprio di sparire al più presto ma mi sono trovata bloccata da un gruppo di persone e allora questo tipo, che era proprio dietro di me, ha cominciato a gridare: “Comprate, comprate, dai andiamo a comprare. Facciamo shopping. Guardate, tutti con la loro borsetta. Tutti devono comprare adesso. Quello che non ha una borsa oggi è stupido. Dobbiamo comprare adesso perché senno, dopo chi pagherà il mutuo. Dai, dai, comprate, tutti con la loro borsetta!!” e continuava con la stessa storia. Vabbé, dopo un po’ sono riuscita a sorpassare questo gruppo e al primo incrocio ho girato l’angolo e ho cercato una strada con meno gente. Ero ancora un po’ elettrizzata dallo stress di quel tipo quando ho visto una signora anziana, molto piccola, che aveva una certa difficoltà ad aprire la porta del suo edificio, una porta di ferro molto grande e pesante. Lei da sola non ce la faceva ad aprire allo stesso tempo che prendeva il bastone. Sono andata da lei e l’ho aiutata. Poi, con una dolcezza estrema mi ha ringraziato tantissimo e così mi ha fatto dimenticare l’altra storia.

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Es bonita esta foto de Paola, me trasmite una sensación especial, un sentimiento profundo, me dice tantas cosas… me habla de soledad, de nostalgia, de vidas planas, de autómatas que repiten siempre los mismos movimientos y carecen de valores nobles. Hay una atmósfera extraña y un cierto dramatismo en la escena que emanan de esa luz oblicua, de esa textura granulada, de la ausencia casi total de color, del color del café y de la mancha que hay en el borde de la taza. A propósito, esa pequeña mancha coloreada es maravillosa, parece que es la conexión entre el orden y el desorden, entre el pensamiento y la ausencia de pensamiento… es la pequeña gota de optimismo y alegría que busco en cualquier situación, en cualquier escena de la vida.

Últimamente, a menudo me encuentro con gente enfadada por la calle, gente que grita, que habla sola o que habla con todos los que pasan a su lado. No me gustan estos individuos porque discuten y se lamentan en voz alta de las cosas más banales. Yo noto fuertes interferencias entre mis neuronas cuando me encuentro con uno de éstos y me dan ganas de pararme delante de él (normalmente son hombres) y gritar: “¡Cállate, cierra el pico imbécil. Para ya. Deja de molestarme, si no te gusta este mundo vete a Marte!!!” A Marte o a Fernando Poo, como decía mi abuela. Lo haría con placer y sé que podría hacerlo, no ha ocurrido todavía porque la orden que al final pasa a través de mis neuronas es ESCAPA, ESCAPA en lugar de HAZLO CALLAR, pero quién sabe, tal vez algún día no me pueda contener. Hoy ha sido un viejo gordo, no tengo nada en contra de los viejos ni de los gordos, pero este era viejo y gordo, 70 años, 1’70 de altura y 170 kilos, diría yo. Caminábamos a lo largo de la calle más comercial de la ciudad. Yo había dejado el coche en un parking cercano y me dirigía al centro de lenguas. Ahora estamos en período de rebajas, por lo tanto la calle estaba muy concurrida. Hacía un calor terrible. Los transeúntes desfilaban desordenadamente, algunos más veloces se deslizaban entre la masa más pesada. Yo estaba intentando desaparecer lo antes posible pero me he encontrado bloqueada por un grupo de personas y entonces este tipo, que estaba justo detrás de mí, ha comenzado a gritar: “¡Comprad, comprad, venga vamos a comprar. Vamos de compras.  Mirad, todos con su bolsita. Todos tienen que comprar ahora. El que no tenga una bolsa hoy es estúpido. Tenemos que comprar ahora porque si no, después quien pagará la hipoteca. Venga, venga, comprad, todos con su bolsita!!” y continuaba con la misma historia. En fin, después de un rato he conseguido adelantar a este grupo y, en el primer cruce, he dado la vuelta a la esquina y he buscado una calle con menos gente. Estaba todavía un poco electrizada del estrés de aquel tipo cuando he visto una señora anciana, muy pequeña, que tenía cierta dificultad para abrir la puerta de su edificio, una puerta de hierro muy grande y pesada. Ella sola no se las apañaba para abrir al mismo tiempo que cogía el bastón. Me he acercado a ella y le he ayudado. Después, con una dulzura extrema, me ha agradecido muchísimo el gesto y así me ha hecho olvidar la otra historia.